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Che figata le Chat vocali di Telegram

Nel mio ultimo post su linkedin, eravamo rimasti così:

io che ancora imparo a smanettare su Telegram mentre tutti sono già su Clubhouse

ebbene, come per il governo, anche per me nulla è cambiato.

In Telegram invece ci sono delle novità,  diventano disponibili le chat vocali anche sui canali, e senza limiti sul numero di partecipanti.

It’s fantastic!

Gli amministratori dei canali e dei gruppi pubblici ora possono ospitare chat vocali con milioni di ascoltatori, ma non solo, gli amministratori possono registrare l’audio delle chat per poi salvare le conversazioni e pubblicarle per i follower che hanno perso l’evento dal vivo. https://telegram.org/blog/voice-chats-on-steroids/it

Personalmente ho fatto questa fantastica scoperta grazie ad Andrea Ciraolo, che venerdì sera ha tentato la prima chat di prova alla quale purtroppo non ho potuto partecipare, ma il karma mi ha premiato perché poco fa, ho partecipato alla chat di Content Marketing Italia dove ho sentito dal vivo Alessio Beltrami e Raffaele Tovazzi.

Chiaramente ho subito la sindrome dell’impostore, sentendomi piccola piccola e fuori posto, per cui sono rimasta in silenzio buona buona ad ascoltare e per nulla al mondo avrei alzato la manina, ossia lo strumento che ti consente di avvisare gli amministratori che vuoi intervenire al “talk show”.

A questo punto il tema è, avrà un senso studiare anche Clubhouse?

 

 

Quattro chiacchiere con un consumatore del futuro.

Vi siete mai fermati ad ascoltare un bambino?

Lui è Alessandro ha 10 anni e appartiene alla generazione Alpha, coloro che decideranno i consumi futuri.

Alessandro ha imparato le letterine dell’alfabeto sulla tastiera del tablet per poter vedere i video delle sue canzoncine preferite e oggi con l’avvento della DAD ha imparato a caricare i file su una piattaforma.

Ieri mi ha detto:

ti mostro un edit che ho fatto per Francesca

Per loro è un gioco da ragazzi montare video con foto e ti aggiungono anche i testi.

Gli Alpha, sono nati dentro la tecnologia, ben diverso dalla mia generazione.

Io appartengo alla Generazione X, ho scoperto la tecnologia a 20 anni quando già lavoravo da un po e mia madre mi regalò il mio primo cellulare che io peraltro non apprezzai affatto perché mi avrebbe fatto sentire sotto controllo, ignorando il fatto che mia madre avesse bisogno di sentirsi più tranquilla.

Poi c’è la Generazione Z, ( in realtà ce ne sono diverse, ma non vi tedio), la generazione Z è anche definita la “Generazione 8 secondi” perché preferiscono video molto brevi.
Odiano i testi lunghi e amano molto immagini, meme, testi brevi e coinvolgenti.

Se vuoi vendere un prodotto a quelli della mia generazione sai che puoi trovarli su YouTube, Facebook, WhatsApp, Instagram, Twitter.

Ma se invece vuoi vendere un prodotto alla generazione Z, quelli nati dal 2000 in poi, li puoi trovare su YouTube, Facebook, Instagram, TikTok. Snapchat, WhatsApp, Twitter, ma invece che scrivere contenuti devi utilizzare video, foto, testi brevi e coinvolgenti altrimenti non ti filano per niente.

Quelli della generazione di Alessandro invece sono sotto stretta osservazione del marketing per cui ascoltali quando chiedono la tua attenzione.

Tu a quale generazione appartieni?

Conversazione con un cliente, parliamo di email marketing.
Il cliente: – Vanina, non mi è chiaro, non ti occupi di social media marketing? –
Io:  – si –
Il cliente:  – allora perché mi consigli l’email marketing? Che poi io odio lo spamming, centinaia di email, che m’intasano la casella di posta. –
Gli rispondo dapprima con due dati:
L’81% delle piccole e medie imprese, utilizza l’email per l’acquisizione di nuovi clienti, il 73% dei consumatori ha affermato che l’email marketing è il loro canale di marketing preferito.
I dati riguardo l’utilizzo dell’email marketing sono a nostro favore, il fattore determinante caro cliente,

 è il corretto utilizzo di questo mezzo, che ci aiuta a creare una relazione con i nostri utenti.

Dunque, proviamo ad immaginare il contesto, e a considerare lo scenario dal punto di vista del nostro utente:
quando arriva una email, il nostro destinatario decide se leggerla o meno in considerazione di due elementi: il mittente e l’oggetto.
Quando il destinatario conosce il mittente è più probabile che decida di leggere la mail indipendentemente dall’oggetto.
Viceversa se il mittente risulta sconosciuto, in quanto ha acquistato delle liste di email, in virtù della campagna  di email marketing, allora è necessario portare l’attenzione sull’oggetto.
Prima di decidere il contenuto di un oggetto però, bisogna chiaramente definire l’obiettivo, vale a dire:
  • vogliamo vendere online un prodotto?
  • vogliamo fare iscrivere più persone alla nostra newsletter?
  • vogliamo far seguire la nostra pagina Facebook?
Solo dopo aver definito l’obiettivo possiamo decidere come scrivere l’oggetto della nostra email, ossia informiamo l’utente della nascita del nuovo prodotto oppure proviamo ad incuriosirlo, o ancora gli comunichiamo un vantaggio o infine lo spingiamo all’azione ad esempio: prenota subito il tuo abbonamento e solo per oggi avrai una seduta in omaggio.
Va però fatto un inciso sull’importanza di non vendere aria per cui se si propone un omaggio, quest’ultimo deve esistere, in quanto sappiamo bene che le parole gratis, offerta speciale, grande occasione sono frasi caratterizzanti le cosiddette email spazzatura che da sempre invadono le nostre caselle di posta.
Infine se decidiamo di fare email marketing in modo efficace, dobbiamo dotarci di uno strumento per l’invio professionale.
Esistono svariate risorse in grado di offrirci un buon prodotto, qualora siate interessati, scrivetelo nei commenti e ne studieremo insieme qualcuno.
Se l’argomento vi interessa particolarmente, ci sono notevoli approfondimenti su come scrivere email, newsletter e article marketing in un fantastico manuale di copywriting e scrittura per il web, di Alfonso Cannavacciuolo 
Caro diario, oggi ho imparato a dire di “NO!”
Quel senso di malessere latente che provo quando vorrei dedicare del tempo ad una mia attività oppure ad un mio progetto, ma sento di sottrarre attenzioni ad un cliente, ai miei figli, alla casa, e persino al gatto.
Così oggi ho imparato a dire di “NO! Basta procrastinare i miei progetti”.

la speranza non è una strategia

Ho silenziato il telefono, ho spento il PC, ho voltato lo sguardo da quello schizzo d’acqua sul vetro del bagno e
per l’ora successiva, e i quarantacinque minuti seguenti, ho:
abbozzato il mio calendario editoriale, ho scelto le rubriche, ho definito le date di pubblicazione, i canali  idonei e ho persino cominciato la ricerca del materiale da studiare ed elaborare.
Tirando le somme, ho avuto una mattinata estremamente produttiva dal punto di vista lavorativo, ma non solo.
Ho imparato che se rispondi dopo un’ora ad una mail di un cliente non vuol dire per forza non fare un buon lavoro.
Ho imparato che se non leggi subito il messaggio WhatsApp del gruppo del catechismo non è detto che tuo figlio non sarà in futuro un buon cristiano.
Ho imparato che se oggi non riesci a spolverare, domani ci sarà solo un pochino più di polvere da togliere.
Ed infine ho imparato che dire di “NO” non vuol dire voler meno bene.
Qualcuno più importante di me, ha detto:

a volte, c’è più amore in un “no” che in un “si”

Quanti di voi faticano a dire di NO?
Mi piacerebbe poter ricevere i vostri commenti.
Progettare il CAMBIAMENTO invece che subirlo
Hai mai desiderato di punto in bianco di cambiare la tua vita?
Ad esempio di cambiare lavoro?
Di chiudere una relazione che ormai si trascina senza passione?
Credo che prima o dopo, in un modo o in un altro, sia capitato ad ognuno di noi.

Abbiamo sempre due scelte nella vita: accettarla così com’è o accettare la responsabilità del cambiamento.

Denis Waitley

Tuttavia la paura ci tiene ancorati alla vita di sempre, alla comfort zone, ai nostri pensieri più intimi che ci sussurrano:
– ho sempre fatto così e mi sono trovata bene –
– adesso non ho tempo –
– ci penso ancora un po’ e poi decido –
– ma perchè rischiare? –
e alla fine ci accontentiamo di  fare piccoli cambiamenti, come cambiare la disposizione dei mobili, fare un nuovo taglio di capelli, oppure ci iscriviamo in palestra, e speriamo di ottenere in questo modo un punto di rottura, un nuovo inizio.
Il cambiamento vero ci spaventa, la sperimentazione ci toglie energie, ci costringe a confrontarci con noi stessi.
Il 70% delle iniziative di cambiamento, fallisce miseramente per abbandono.
Ma ho scoperto questa cosa, il cambiamento si può affrontare facilmente quando è volontario, quando nasce da una decisione consapevole.
Don Kelly e Darly Conner, ricercatori americani, hanno elaborato “il ciclo emotivo del cambiamento”.
Una sequenza di 5 stati d’animo che ci caratterizzano, quando dobbiamo affrontare un cambiamento:
  1. Ottimismo ingiustificato
  2. Pessimismo giustificato
  3. Realismo incoraggiante
  4. Ottimismo giustificato
  5. Conclusione
Nella prima fase ad esempio, poco prima di rientrare dalle vacanze estive, immaginiamo di essere sdraiati in spiaggia, pervasi da un desiderio di ricominciare le attività e definiamo nella nostra mente i nuovi progetti per settembre, siamo carichi di adrenalina e pronti a spaccare il mondo, cambieremo questo e pure quello!
Ma questa prima fase di OTTIMISMO INGIUSTIFICATO, dura molto poco, perchè settembre arriva, indossi di nuovo le scarpe, i pantaloni lunghi e l’orologio e ti accorgi delle mille difficoltà per porre in essere il tuo progetto.
E’ in questo momento che ha inizio la seconda fase del ciclo emotivo del cambiamento, quando sprofondi nel senso di impotenza e pensi:
– quasi quasi mi iscrivo in palestra –
La fase del PESSIMISMO GIUSTIFICATO è in te!
Qui crollano il 70% dei progetti, questo è il momento in cui prendi coscienza di essere una di quelle persone che smanetta su mille cose ma che non porta nulla a termine, che amarezza !
Il 30%  degli individui, invece supera il tunnel e vede la luce, la fase del REALISMO INCORAGGIANTE.
Questa è una fase molto importante perchè avrai consolidato la consapevolezza di poter raggiungere il tuo obiettivo, sai che devi percorrere tanta strada, ma la sfida non ti spaventa, anzi non pensi ad altro che questo e senza che tu riesca a rendertene conto sei alla fase successiva.
L’OTTIMISMO GIUSTIFICATO: in questa fase, la tua volontà è talmente solida che riesci ad intercettare ed apprezzare tuttti i più piccoli successi, come una risposta positiva ad una mail che avevi inviato, i complimenti per la cena, oppure tuo figlio che fa goal a calcetto.
E finalmente siamo arrivati all’ultima fase del ciclo del cambiamento, LA CONCLUSIONE.
Quando ti accorgi di aver raggiunto il tuo obiettivo, di aver concluso il tuo progetto o di aver cambiato quella parte della tua vita che non ti piaceva, proprio in quel momento, devi progettare il modo con cui festeggerai.
Organizza una cena, compra una nuova borsa, regalati un weekend e molto più importante, imprimi nella tua memoria questo momento da ricordare ogni volta che ne avrai bisogno.

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.

Lao Tzu

Il cambiamento è inevitabile durante il lungo viaggio della vita, avviene poche volte in modo esilarante, come quando decidi di innovare la tua azienda, e tante volte in piccole cose, come quando decidi di cominciare ad indossare le gonne.
Il mio direttore quando lavoravo come capo hostess al McDonald’s, un giorno mi disse:
– Non subire l’evento, ma previenilo e progettalo –
Questa fu un ottima lezione di vita, anche se per lui, in quel momento, significava che invece di subire una folla improvvisa di turisti nel ristorante, avrei dovuto organizzare in anticipo l’arrivo di una nave al porto, ma quel consiglio detto tra una cazziata e un avvertimento è diventato il mio modo di approcciare la vita.
shift
1. verb
move or cause to move from one place to another, especially over a small distance
2. noun
a slight change in position, direction, or tendency
“Oxford Directionary”
To shift è l’azione di compiere un leggero movimento, un piccolo passo laterale. La distanza percorsa è breve, la sostanza resta immutata, ma l’azione è decisa e provoca un nuovo punto di vista.

 

 

 

 

 

 

I vecchi gesti consuetudinari, cedono il posto a nuovi.
C’era un tempo in cui lei arrivava in ufficio, poggiava la borsa sulla scrivania e come prima cosa, accendeva il pc per leggere la posta.
Aveva sulla scrivania un block notes con una lista di adempimenti da svolgere ed ogni volta che eseguiva uno di questi compiti, tracciava una lunga riga sul foglio, invasa da un senso di appagamento e onnipotenza.

Tra una cosa e l’altra scriveva qualche e-mail. Quando il rapporto con il destinatario era più confidenziale, terminava la mail con “ciao, a presto”.
Alle 11,00 sentiva bussare alla porta del suo ufficio e appariva la collega che le annunciava la pausa caffè.
Parlavano di tutto, e talvolta approfittavano per ritoccarsi lo smalto sempre a portata di mano nel cassetto.
Quei 10 minuti, di break terminavano con una telefonata alla mamma: – tutto ok ci sentiamo più tardi –
Così lei tornava ricaricata alla sua scrivania e alla sua lista di cose da fare.
Oggi lei arriva in ufficio e come prima cosa, igienizza le mani, si siede al pc e accede alla posta che ha già letto al mattino appena sveglia dal suo smatphone poggiato sul comodino.

Il calendar di google, le propone la sua “to do list” e lei decisa si tuffa nel suo lavoro.
Per le due ore che seguiranno, dimenticherà tutto, assorta tra le faccende da sbrigare e soluzioni da trovare.
Se non fosse per i continui messaggi che arrivano su WhatsApp, farebbe molto prima a terminare gli adempimenti e a flaggare il suo calendar.
Tra una faccenda e l’altra, talvolta scrive delle e-mail e quando il rapporto con il destinatario è più confidenziale, termina la mail con: -baci a presto- e aggiunge una emoticon.
Alle 11,00 da WhatsApp business arriva il messaggio della collega che le annuncia il coffee break, durante il quale talvolta approfitta per inviare la lista della spesa al market sotto casa, e per fissare un appuntamento con il centro estetico per la ricostruzione alle unghie.
Sono tanti i vecchi gesti consuetudinari che hanno ceduto il posto ai nuovi, pensaci!
Tu quali ricordi?